La Dott.ssa Stefania Amicucci, Specialista in ginecologia e Ostetricia 
dei Centri Medici GynePro, sottolinea l’importanza di tutelare la fertilità nelle pazienti sottoposte a chemio o radioterapia, ma spiega che spesso l’informazione a riguardo e il counselling con gli Specialisti risultano inadeguati.

 

Se il prolungamento dell’aspettativa di vita resta indubbiamente l’obiettivo primario delle terapie antitumorali, non meno importante è assicurare al paziente che sopravvive al cancro una soddisfacente qualità della vita, il che per un paziente giovane può voler dire, tra le altre cose, conservare la possibilità di avere in futuro dei figli.

L’azione gonadotossica dei trattamenti antitumorali espone il paziente oncologico a un rischio concreto di futura infertilità: per i medici attuare ogni sforzo possibile per tutelare la fertilità del paziente colpito da tumore dovrebbe perciò configurasi come un vero e proprio obbligo deontologico e morale.

Parlando nello specifico di fertilità femminile, tutte le donne in età riproduttiva, specialmente quelle più giovani, dovrebbero, prima di sottoporsi ad una terapia antineoplastica, ricevere un counselling adeguato. A tutte loro dovrebbe essere garantito un accesso rapido e semplice a un programma di tutela della fertilità che garantisca l’assistenza da parte di un’equipe multidisciplinare composta da oncologi, Specialisti di medicina della riproduzione e psicologi. Insieme, questi Specialisti dovrebbero informare la paziente del rischio che si possa instaurare una menopausa precoce a seguito del trattamento antitumorale, o che, anche nel caso la funzionalità ovarica si conservi, la sua fertilità potrebbe comunque risultare compromessa.

Danno ovarico: come valutarlo?

L’entità del danno ovarico è correlata non solo alla dose e al tipo di radio o chemioterapia, ma anche all’età della paziente al momento della diagnosi del tumore e alla sua riserva ovarica. Un utile strumento per valutare l’entità del danno ovarico è il dosaggio ematico dell’AMH (ormone antimulleriano), attualmente considerato il marker più affidabile di riserva ovarica. La strategia di tutela della fertilità attualmente più diffusa nella pratica clinica è la crioconservazione degli ovociti, per la quale occorre che la paziente abbia a disposizione, prima di iniziare la terapia antineoplastica, il tempo necessario per poter attuare la stimolazione ovarica.
Nei casi in cui sia controindicato posticipare la terapia antitumorale, o la paziente sia in età prepuberale, l’unica opzione possibile è invece la crioconservazione del tessuto ovarico, che ha già portato alla nascita di molti bambini sani a seguito del reimpianto del tessuto ovarico preliminarmente asportato e congelato.

Informazione è consapevolezza

Purtroppo però, non sempre le pazienti colpite da un cancro ricevono un counselling adeguato. Al contrario diversi sondaggi rivelano, sia negli USA che in Europa, che molte pazienti riferiscono esperienze negative relativamente al counselling sulla futura fertilità: lamentano colloqui frettolosi, l’impossibilità di porre agli Specialisti tutte le domande che vorrebbero, nonché spiegazioni poco chiare ed informazioni incomplete sulle strategie di preservazione della fertilità ad oggi disponibili.

Ma il dato ancor più grave è che molte pazienti sopravvissute al cancro dichiarano di non aver ricevuto affatto un counselling prima del trattamento antineoplastico. Già nel 2006 la Società Americana di Oncologia Clinica pubblicava raccomandazioni per la tutela della fertilità, stabilendo che dovrebbero essere gli oncologi stessi a discutere le possibili opzioni di preservazione della fertilità o inviare le pazienti a Specialisti della riproduzione. La realtà è che ancora troppo poche sono le pazienti che ricevono effettivamente un counselling ed hanno la possibilità di sottoporsi a trattamenti di tutela della fertilità, come conclude anche lo studio americano coordinato da Catherine Benedict e di recente pubblicato sulla rivista scientifica Cancer.

Alcune delle interviste effettuate tra pazienti sopravvissute al cancro hanno messo in risalto, inoltre, come il conflitto decisionale ed il rischio di sviluppare in futuro sentimenti di rimpianto, siano meno frequenti tra coloro che hanno ricevuto, prima di iniziare la terapia, informazioni esaustive.

Garantire assistenza alle pazienti colpite da un cancro vuol dire anche aiutarle a comprendere bene i rischi per il loro potenziale riproduttivo, informarle sulla possibilità di preservare la propria fertilità e supportarle attivamente nella loro decisione.

È giusto quindi che tutte le donne in procinto di iniziare un trattamento antineoplastico ricevano ogni informazione possibile sul rischio di infertilità futura, in modo da poter scegliere con consapevolezza, qualora naturalmente sussistano le condizioni mediche e temporali necessarie, se sottoporsi a meno ad una procedura di tutela della fertilità.

 

Ultimo aggiornamento 06/08/2016